Cricket, ecco a cosa giocano i nuovi italiani

La squadra della nazionale italiana di cricket.

La squadra della nazionale italiana di cricket.

Non essendo appassionata di calcio ero curiosa di leggere di questa famigerata nazionale di cricket italiana. Non che sapessi cosa fosse e men che meno come si giocasse a cricket, ma anch’io frequentando d’estate il parco Nord di Milano ero rimasta affascinata dalle squadre di immigrati che per ore si affrontavano maneggiando mazze rettangolari e colpendo palline da tennis in un campo immaginario.
PAURA DI CAMBIARE ABITUDINI. Ma quando ho finito il libro scritto a sei mani da Giacomo Fasola, Ilario Lombardo e Francesco Moscatelli mi sono resa conto che l’aspetto più interessante di Italian cricket club non è il raccontare storie di immigrati che, indossando la maglia azzurra, danno lustro all’Italia in uno sport che la maggior parte degli italiani (oserei dire il 99%) confonde con il polo (quando va bene). Dai racconti emerge una nazione, la nostra, che ha talmente paura di cambiare le proprie abitudini da sentirsi minacciata dagli stranieri che desiderano diventare italiani, ma che non vogliono rinunciare ad uno sport che li lega alla loro terra d’origine.
Il problema della cittadinanza è relativo visto che il cricket italiano ha risolto il problema ammettendo gli oriundi, cioè giocatori che possono vantare di avere origini italiane, provenienti dal Sud Africa o dall’Australia, tra le fila di pachistani, bengalesi o srilankesi che invece costituiscono l’ossatura portante della squadra. Paradossale è il fatto che lo “straniero” nelle squadre sparse per lo stivale sia proprio l’italiano.

La copertina di Italian cricket club.

La copertina di Italian cricket club.

VIETATO GIOCARE NEI PARCHI. Più delle difficoltà burocratiche legate alla cittadinanza, colpisce l’opposizione della comunità italiana alle richieste più banali degli stranieri. Come quella di un campo di cricket dove allenarsi e disputare le proprie partite. Esemplare è il caso di Brescia dove nel 2000 balza agli onori della cronaca il divieto di giocare nei parchi pubblici. Una norma che colpisce soprattutto i 10 mila immigrati del subcontinente indiano che vivono e lavorano a Brescia e che di domenica affollano i pochi spazi verdi per praticare il loro sport preferito.

COMUNITA’ RICCHE DI DIVERSITA’. Non va meglio a Milano dove nessuno crede ormai più alle continue promesse di un campo attrezzato per il cricket. E pensare che gli esempi di Roma, dove nel dopoguerra la prima squadra della Capitale giocava nel parco di Villa Dora Pamphilj, o di Pianoro, un piccolo centro dell’Emilia vincitore di 14 scudetti dove è sorto il primo ovale italiano, mostrano comunità integrate e fiorenti.
Dove non si ha paura di aprirsi alle novità la diversità è diventata ricchezza e merce di scambio. Capace di far salire sul podio più alto giocatori dai nomi improbabili che però tengono alla maglia più di ogni altra cosa. E che non si arrendono davanti a chi ostacola il processo di integrazione e la nascita dei nuovi italiani. Sono loro a dare una lezione alla politica e a quanti non vogliono vedere quante opportunità ci sono dall’incontro di culture e valori provenienti dall’altra parte del mondo.

Il book trailer di Italian cricket club 

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Asterisk edizioni, l’ebook che non c’era

La copertina dell'ebook della Asterisk edizioni dedicato all'Afghanistan.

La copertina dell’ebook della Asterisk edizioni dedicato all’Afghanistan.

Quando ho visto la copertina del loro ultimo libro, una moschea piastrellata d’azzurro con la scritta Afghanistan, ci sono rimasta male. Era “solo” un ebook. Lo leggi se hai un Kindle o un altro aggeggio digitale, niente carta. Non lo trovi nemmeno nella biblioteca più sperduta della Bassa.

Per chi ha già affrontato l’argomento ‘faldone o sottiletta in borsa’ sarò anche banale, ma per me il Kindle resta ancora un campo inesplorato. Ecco perché non ho visto di buon occhio la scelta di pubblicare un libro solo in digitale. Eppure pensandoci bene, visto che siamo nel 2013, è la cosa più ovvia. Puoi portartelo ovunque e ce l’hai sempre a portata di mano. Soprattutto… ora trovi qualcosa che non puoi avere stampato su carta.

PARTNERSHIP CON AVVENTURE NEL MONDO. Ma ad Alessio e Giusi questo ancora non bastava. Per la loro Asterisk edizioni hanno deciso di puntare su culture e territori oggi difficilmente raggiungibili a causa di guerre e violenze. E cosa c’è di meglio dello storico archivio (cartaceo) del tour operator Avventure nel Mondo? Insieme a quello che è diventato il loro primo partner editoriale hanno deciso di mettere a disposizione dei viaggiatori 2.0 esperienze e racconti di chi era stato in territorio oggi inaccessibili: Mali e Siria (con una prefazione di padre Paolo Dall’Oglio, prima che fosse rapito) e ora l’Afghanistan. Meta sognata da tantissimi avventurieri, ma ancora troppo pericolosa da esplorare.

Il mix di fascino, terre inaccessibili ed entusiasmo imprenditoriale non poteva lasciarmi indifferente. Così ho deciso di farmi raccontare dai diretti interessati com’è nata questa Asterisk edizioni. A guidarli è stata la voglia di “colmare un vuoto” mi ha detto Alessio, 30 anni e un’esperienza di content manager alle spalle. “In un testo si usa l’asterisco per indicare una porzione ulteriore di contenuto necessaria a comprendere al meglio il senso del testo. Noi siamo l’Asterisk sul mondo”.

INCROCIO IN UN PUNTO. “In poche parole, l’asterisco (unico segno della tastiera anche se non con tutti i font) incrocia tre stanghette in un unico punto. Una rappresenta i media, l’altra le culture e l’ultima i territori”, mi spiega Alessio. L’obiettivo era chiaro, ma essendo degli esperti di comunicazione Alessio e Giusi sapevano che prima di lanciarsi in questa nuova avventura dovevano studiare il mondo dell’editoria digitale. Così hanno avviato un blog/osservatorio sull’innovazione in editoria chiamato http://www.editoriacrossmediale.it.

IL MERCATO CRESCE DI POCO, MA CRESCE. “Siamo molto attenti all’innovazione, e se pensiamo che Amazon è sbarcata in Italia nel 2010 e il primo Kindle nel 2011, si capisce che è un mercato freschissimo e ogni anno aumenta sempre di più. Certo i margini sono pochi, ma continua a crescere”. L’ideale per chi può investire solo tanto entusiasmo e pochi spiccioli. Parlando con chi era nel settore da più tempo hanno poi capito che l’editoria digitale permette un più stretto rapporto tra editore e lettore che bypassa la distribuzione, “intermediario tipico dell’editoria cartacea ma tutt’altro che necessario sul web”.

“Essendo dei nativi digitali ci sembrava normale pubblicare in digitale”, racconta ancora Alessio, che aggiunge realistico: “non avendo soldi, ma solo tanto entusiasmo, il digitale è l’ecosistema giusto per chi può investire ‘solo’ 14 ore di forza lavoro al giorno”.

DIGITALE NON E’ GRATIS. Le difficoltà però non mancano. La maggiore è ancora quella “di far capire che i libri digitali non mordono e che il lavoro sul web non è sinonimo di gratis”. I due ragazzi però hanno le idee chiare e una strategia infallibile. “Vogliamo costruirci un’identità unica e peculiare attraverso le nostre pubblicazioni e la grafica delle nostre copertine”. Ma devo dire che su questo punto hanno un ottimo grafico… mi ha convinto a comprare un Kindle solo per sfogliare le pagine che racchiudo il viaggio in Afghanistan dei viaggiatori che mi hanno preceduto!

SPORT, CAMPIONI IN TRASFERTA

(@Twitter) Martin Castrogiovanni e il suo cane.

Fanno parte della nazionale italiana di rugby, vanno a canestro con la maglia azzurra e difendono l’Italia nei campionati internazionali di baseball.
Sono le nostre giovani promesse dello sport, molte delle quali hanno scelto di migrare all’estero per crescere professionalmente, ottenendo a volte ingaggi in campionati prestigiosi. E con la gratificazione è arrivata anche la sfida più emozionante: quella di adattarsi a stili di vita e culture diverse. Cosa tutt’altro che semplice (Guarda la gallery e leggi le interviste).
OBIETTIVO AMBIENTARSI. Che si tratti di Paesi lontani come il Giappone o vicini come l’Inghilterra, ambientarsi, infatti, non è affatto scontato.
«Gli inglesi sono più freddi di noi latini. Anche solo per invitarti a mangiare hanno bisogno di tempo. E io il primo anno non parlavo nemmeno bene la lingua», ha raccontato a Lettera43.it Martin Castrogiovanni, pilone dei Leicester Tigers dal 2006 e titolare della nazionale di rugby italiana. «Non riuscivo ad abituarmi alle case con la cucina al primo piano e il resto dei  locali al secondo. Piuttosto che rifare le scale mangiavo senza sale».
DA NOVARA A BAKU. E chi ha avuto il coraggio di spingersi più lontano ha incontrato le stesse difficoltà. «È stato un vero trauma per circa due mesi perché tutte le mie compagne di squadra parlavano azero o russo, solo una sapeva l’inglese», ha ricordato divertita la pallavolista Sara Anzanello che dopo aver giocato 10 anni tra Novara e Villa Cortese, dall’ottobre del 2011 si è trasferita a Baku, capitale dell’Azerbaijan, per diventare titolare nell’Azerrail.

Anche chi è andato negli Stati Uniti ha avuto sorprese

(© Twitter) Danilo Gallinari scherza nello spogliatoio con un compagno di squadra.

Come Castrogiovanni e Anzanello tanti altri giovani atleti hanno scelto di emigrare per crescere professionalmente.
Chi ha messo più chilometri tra lui è e l’Italia è stato Alessandro Maestri, da aprile 2012 lanciatore dei Kawaga Olive Guyners, squadra di baseball di Takamatsu, Giappone.
Ci sono poi i campioni che stanno facendo sognare l’America: Alex Liddi, il Big boy dei Seattle Mariners, Danilo Gallinari, cestista dei Denver Nuggets e la giovane Giulia Montanaro, che dall’Arizona sta scalando la classifica individuale per college del golf.
FESTA DI SAN GENNARO. Per loro vivere da italiani negli Stati Uniti è stata un’esperienza nuova e, a tratti, paradossale. Soprattutto se si viene invitati alla parata di San Gennaro che la comunità italo-americana organizza ogni anno a New York. «C’erano moltissimi connazionali, quasi tutti di una certa età», ha raccontato a Lettera43.it Danilo Gallinari, trasferitosi nel 2006 nei Knicks allenati da Mike D’Antoni. «Tutti volevano parlare con me, ma ognuno lo faceva usando un misto di dialetto e italiano che facevo veramente fatica a capire e alla fine ho dovuto chiedere di parlare in inglese».
SOCIAL NETWORK PER PARLARE CON CASA. Gli episodi da condividere con gli amici rimasti a casa non mancano e ora, grazie a Twitter e Facebook, basta un clic per svelare il vero volto dei campioni. Una quotidianità fatta di cibi tutti da scoprire e foto scherzose insieme ai compagni di squadra.

CHRISTIAN LOUBOUTIN: IL RE DELLE SUOLE ROSSE

Christian Louboutin biografiaQuando colorò con lo smalto per unghie della sua assistente le suole di un paio di scarpe, Christian Louboutin non immaginava certo di aver creato il suo marchio di fabbrica. In quel momento vedeva solo due fari rossi che lampeggiavano a intermittenza per strada, capaci di dare un tocco di sensualità in più alle donne che indossavano le sue creazioni. I modelli realizzati erano già affascinati e surreali quanto bastava per catturare l’attenzione di clienti esigenti come Carolina di Monaco, ma fu la tinta, messa là dove nessun altro osava, a fare la differenza.

A svelare i segreti di vent’anni di carriera nel mondo del lusso è lo stesso stilista francese nella monografia “Christian Louboutin”. Un libro fotografico degno essere esposto sotto una teca di cristallo proprio come nella boutique storica al passage Véro-Dodat di Parigi sono esposte le scarpe di cui racconta la storia. Un libro che è, al tempo stesso, un catalogo sorprendente dove i ricordi dell’adolescenza si mescolano con le immagini di tacchi vertiginosi e punte borchiate. A posare davanti all’obiettivo di Philippe Garcia e David Lynch sono alcune delle star internazionali Mika a Lady Gaga, passando per Beyoncé non si contano le star che indossano le scarpe di Louboutin, modello di ispirazione anche per la regina del burlesque Dita Von Teese.

Dalla prefazione di John Malkovich al pop up che chiude il volume come un augurio floreale, tra le pagine scorre la creatività e il genio di un ragazzino dai riccioli scuri, che incominciò a dire di voler disegnare scarpe per spiazzare gli adulti gli chiedevano cosa volesse fare da grande. Poi venne la scuola di taglio e cucito, da cui Christian usci “adatto alla vita”, ma senza aver imparato nulla. A parte aver avuto la fortuna di osservare da vicino l’universo femminile, con la sua voglia di bellezza e di estrosità.

L’ONDA VERDE DI JACK JOHNSON

La musica è il suo hobby, surfare il suo lavoro e quando tornerà alle Hawaii si immergerà nell’Oceano per cercare l’ispirazione delle sue prossime canzoni. Altrimenti girerà con la sua macchina, che usa olii vegetali di scarto al posto della benzina, per insegnare ai bambini dell’isola a coltivare l’orto o riciclare le bottiglie di plastica. L’onda verde di Jack Johnson è arrivata in Italia e noi ci siamo divertiti a cavalcarla per scoprirne tutti i segreti! Per lui girare con la band e familiari al seguito su uno stesso pulmino o donare parte del ricavato del tour alle associazioni ambientaliste non è un vezzo da star, ma il piccolo contributo di un singolo al miglioramento del Pianeta. Per questo motivo ha fondato insieme alla moglie l’associazione All for one che insegna l’educazione ambientale nelle scuole americane.

Un’idea nata proprio alle Hawaii, passeggiando per quelle spiagge paradisiache rovinate dai sacchetti di plastica. Con lui abbiamo parlato del suo ultimo album “To the sea” e di come è possibile coniugare il messaggio ecologista con l’impatto negativo che un tour ha solitamente sull’ambiente, di energia nucleare e del futuro verde che dalle Hawaii può contagiare gli Stati Uniti.

Leggi l’intervista su Tgcom.it oppure…

Ascolta la videointervista prima del concerto di Vigevano 2011.

L’ANIMA ROSA DELLA PALESTINA

Gli occhi scuri di Susan Abulhawa hanno visto la sofferenza dei campi profughi e il sorriso spento dei bambini di Jenin, quelli verdi striati di marrone di Suad Amiry invece hanno oltrepassato il muro e rischiato la vita solo per aver provato ad attraversare la terra che fu di suo padre. Entrambe però sognano di veder riconosciuto ai palestinesi il diritto a tornare in quella patria da cui sono stati cacciati. Ospiti entrambe all’ultimo Salone del Libro di Torino, dove la Palestina è stata special guest insieme alla Russia, hanno parlato di profughi e di identità culturale, di lavoratori ed ingiustizie senza farsi troppe illusioni.

Ecco cosa mi hanno raccontato

GAZA CORRE VERSO LA LIBERTA’

  Una finestra di normalità, in cui il divertimento e il senso di dignità si sono mescolati al sogno di correre alle prossime Olimpiadi di Londra. Tutto questo è stata la prima maratona che si è tenuta nella Striscia di Gaza il 5 maggio: 42 chilometri da Beit Anoun a Rafah, gli stessi che dividono Maratona da Atene. Per ingannare il sole cocente i 50 temerari che hanno accettato la sfida, compresi due occidentali, sono partiti all’alba. Solo in nove però hanno resistito fino alla fine. Tra loro c’era anche Nader al Masri, uno dei pochi atleti palestinesi ad aver partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008. È stato lui a tagliare per primo il traguardo in due ore, 42 minuti e 47 secondi. E non fa nulla se ha chiuso la maratona quasi tre quarti d’ora in più del record mondiale detenuto dall’etiope Haile Gebrselassie. Reportage e foto su Lettera43